sabato 13 giugno 2015

La Vita di Sant’Antonio di Padova



Antonio nacque a Lisbona (Portogallo) nel 1195 ed ebbe la sua prima formazione in una famiglia cristiana, importata a Lisbona dopo che, tolta ai musulmani, questa città riebbe il suo volto cristiano (1195-1202). Aveva circa sette anni quando cominciò a frequentare come esterno la scuola della cattedrale e vi ricevette una sufficiente formazione elementare e media, si direbbe ora (1202-1210). In quell’ambiente sbocciò la sua vocazione religiosa. La crisi della pubertà non intaccò la sua innocenza, ma affrettò la sua scelta: l’Ordine dei Canonici regolari di sant’Agostino prima nel monastero di San Vincenzo di Lisbona (1210-1212) e poi in quello di Santa Croce di Coimbra (1212-1220). Vi ricevette una completa formazione religiosa e teologica, la prima favorita dalla sua singolare pietà e disciplina, la seconda dalla sua costante applicazione allo studio e dalla fervida intelligenza e tenace memoria.

Nel 1220 fu sacerdote a Coimbra. Quando ormai pareva gli si aprisse davanti un avvenire tranquillo di insegnamento teologico nelle scuole del monastero o di cura d’anime nelle parrocchie da esso dipendenti, ecco che una nuova crisi lo spinse a passare all’Ordine francescano. Fu la sete del martirio a provocargli quella crisi, quando la chiesa del suo monastero accolse le reliquie dei cinque missionari francescani martirizzati nel Marocco.Indossato l’abito francescano e mutato il nome di Fernando in quello di Antonio, dopo breve preparazione nell’eremo dell’Olivares, vicino a Lisbona (estate-autunno 1220), fece la professione religiosa e partí missionario per il Marocco. Ma subito una strana malattia spezzò il suo sogno (dicembre 1220-marzo 1221). La nave del ritorno, sospinta da venti contrari, anziché in Spagna andò a gettare l’ancora in un porto della Sicilia.

Nel convento francescano di Messina fu informato del Capitolo generale dei francescani, che avrebbe avuto luogo ad Assisi nella Pentecoste di quel 1221. Antonio vi partecipò, probabilmente l’unico francescano portoghese presente. Vide san Francesco, ma non si fece conoscere. Aveva ormai capito che la via della santità è quella del totale abbandono alla volontà di Dio e la scelse senz’altro. Frate Graziano, ministro provinciale della Romagna, condusse con sé lo sprovveduto fraticello, perché celebrasse la Santa Messa ai frati del romitorio di Montepaolo. Qui Antonio volle vivere in pieno la regola dell’eremita francescano (giugno 1221 - 24 settembre 1222). Furono quindici mesi di totale affossamento nel nascondimento, nella rigorosa penitenza e nella contemplazione.

Ne uscí il 24 settembre 1222, quando, in occasione di un’ordinazione sacerdotale celebrata a Forlí, dovette per obbedienza tenere un discorso. Inizia la sua grande epopea di predicatore, di docente e di ministro dell’Ordine. Dalla Romagna propriamente detta la sua predicazione si allargò all’Italia superiore e alla Francia meridionale. Dapprima fu questo il suo compito principale (24 settembre 1222 - autunno 1224) e fece di lui il primo grande predicatore popolare all’Ordine francescano. In seguito il suo compito principale fu l’insegnamento della Teologia ai frati minori nelle scuole di Bologna e di Montpellier (autunno 1224 - giugno 1226), primo docente di quella Teologia francescana che poco tempo dopo avrebbe avuto maestri della grandezza d’un Alessandro d’Hales, d’un san Bonaventura e d’un beato Giovanni Duns Scoto.

Un terzo compito venne a strapparlo all’insegnamento teologico ormai avviato, per aprirgli un nuovo campo di lavoro come custode della provincia di Limoges e poi come ministro provinciale della provincia di Romagna, che si estendeva allora anche a tutta l’Italia settentrionale. Si rese benemerito oltre che della fondazione di parecchi conventi, anche del tentativo di conciliare il fresco ideale francescano con la dura realtà d’un Ordine in pieno sviluppo (giugno 1226 - luglio 1230).
Ma, sfatto dalle fatiche e dall’idropisia, nel luglio del 1230 ottenne d’essere liberato da ogni incarico e di ritirarsi a Padova nel convento di Santa Maria Madre del Signore (agosto 1230 - 13 giugno 1231). E cosí Padova ebbe la fortuna di raccogliere gli ultimi guizzi della grande fiamma, grandi quanto la fiamma stessa: la compilazione dei Sermoni domenicali e festivi, unica opera certamente di sant’Antonio; il tentativo di domare quella belva feroce che fu Ezzelino III da Romano; e il quaresimale quotidiano peregrinante nelle chiese della città, che rivelò tutt’intera l’anima apostolica di Antonio.


Dopo il sereno tramonto (13 giugno 1231), il suo corpo per espressa sua volontà restò a Padova; la quale, in seguito all’eccezionale esplosione taumaturgica succeduta alla deposizione della salma nella chiesa di Santa Maria Madre del Signore, promosse con tale impegno la canonizzazione di Antonio da ottenerla neanche un anno dopo la sua morte (30 maggio 1232). Sette secoli dopo, il 16 gennaio 1946, papa Pio XII lo proclamò “Dottore della Chiesa” col titolo di “evangelico”.

Vangelo del giorno 13/06/2015

lc 2,41-51
Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo.

Dal Vangelo secondo Luca

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Parola del Signore


Commento su Lc 2,41-51

«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore»

Lc 2,41-51

Come vivere questa Parola?

Dopo aver ricordato ieri la festa del Cuore di Gesù, oggi celebriamo il Cuore immacolato di Maria. Il cuore, nel senso biblico, significa il centro della persona, soprattutto a livello spirituale: dal cuore sorgono i pensieri, gli affetti, i desideri, le aspirazioni. Se il cuore è puro - come lo è stato quello di Maria - tutto diventa splendido e meraviglioso.

La parola del Vangelo su cui vogliamo particolarmente soffermarci è il verbo "custodire": esso significa tenere in gran conto e avere la massima attenzione, perché nulla vada perduto, sparpagliato o sprecato: è come un tesoro prezioso da serbare con la più grande cura.

Maria è diventata la memoria viva, eccellente di Gesù, vivendo con lui a Nazaret, poi rendendosi presente nella vita pubblica del suo Figlio e soprattutto accompagnandolo negli ultimi momenti dell'esistenza, standogli accanto alla croce: Ella ha capito quale mistero di amore risiedeva in Gesù.

Il brano di Luca (Lc 2, 41-50) ci riporta ad un momento di sofferenza di Maria, quando recatasi a Gerusalemme con Giuseppe e col figlio dodicenne, lo smarrisce e dopo tre giorni lo ritrova nel Tempio a insegnare e si sente dire che lui deve prima occuparsi delle cose del suo Padre celeste. Ella dunque intuisce che il Figlio non appartiene solo a lei: pur amandolo teneramente, non lo considera suo possesso esclusivo, non lo ricatta, non lo costringe, non lo tiene per sé. Impariamo anche da Maria ad amare senza legare, con vera libertà, a fidarsi pienamente di Dio.

O Maria, aiutami sul tuo esempio, a custodire nel mio cuore le parole del tuo figlio e a vivere con intensità il mistero della vita alla luce del Vangelo.

venerdì 12 giugno 2015

Vangelo del giorno 12/06/2015

Gv 19,31-37
Uno dei soldati gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Parola del Signore


Commento su Gv. 19,31-37

«Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne usci sangue ed acqua»

Gv. 19,31-37

Come vivere questa Parola?

La festa del Cuore di Gesù ci rivela che al centro della vita e della fede cristiana vi è l'amore incondizionato e totale di Dio rivelato sulla croce di Cristo: un amore misteriosa che affronta la morte pur di salvare l'uomo.

Nel gesto dell'anonimo soldato che colpisce il costato di Gesù morto, da cui sgorgano sangue ed acqua, si riassume il suo sacrificio: nel sangue e nell'acqua vediamo simboleggiati e mirabilmente espressi i sacramenti fondamentali per la nostra vita cristiana: Battesimo (acqua viva che ci purifica) ed Eucarestia (cibo e bevanda che ci nutrono).

La vita nuova del cristiano sgorga dal cuore stesso di Gesù: un "cuore che ha tanto amato gli uomini" (come dirà il nostro Redentore, apparendo a s. Margherita Maria Alacoque, sua fervente devota), che ci ha riconciliati col Padre e ci ha reso fratelli e sorelle tra noi.

Un amore dunque legato al memoriale della sua passione e morte, da cui irradia forza e grazie, un amore che continua in modo sublime nei santi e nei martiri (e quanti ve ne sono ancora oggi!).

Dimostriamo dunque a Dio la nostra immensa gratitudine, ricambiando quell'amore che ci immerge nello splendore della santità di Dio e traspare nella carità verso il prossimo.

O Signore, rendi il mio cuore simile al tuo e fa' che attinga con gioia alle fonti della salvezza.